Il Trattato INF: Una svolta storica nelle relazioni USA-URSS
Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una guerra fredda, circondati da tensioni geopolitiche e dalla paura della devastazione nucleare. È il 8 dicembre 1987, ore 11:02, a Washington D.C. I leader delle due superpotenze, il presidente statunitense Ronald Reagan e il segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica Michail Gorbačëv, si stringono la mano dopo aver firmato uno degli accordi più significativi della storia contemporanea: il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie (INF).
Un contesto storico di paura e rivalità
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mondo è stato diviso in due blocchi: quello occidentale, guidato dagli Stati Uniti, e quello orientale, sotto l'influenza sovietica. Le tensioni sono aumentate durante gli anni '60 e '70 con eventi significativi come la crisi dei missili cubani nel 1962 e l'invasione sovietica dell'Afghanistan nel 1979. Questi eventi hanno contribuito a una corsa agli armamenti che ha portato le due nazioni a sviluppare armi nucleari in quantità sempre maggiori.
Nell'ottobre del 1983, Reagan lanciò l'iniziativa della "Star Wars", un programma di difesa spaziale che suscitò ulteriore preoccupazione a Mosca. La crisi raggiunse il culmine quando furono dispiegati in Europa missili statunitensi Pershing II per contrastare i missili sovietici SS-20. Secondo alcune fonti, si stima che circa 3000 missili nucleari fossero schierati tra i due schieramenti all'apice delle tensioni.
L'accordo storico
L'importanza del Trattato INF non può essere sottovalutata; esso segnò infatti la prima volta nella storia in cui le superpotenze accettarono di ridurre attivamente le loro scorte di armi nucleari invece di aumentarle. L'accordo portò all'eliminazione totale dei missili con gittata compresa tra 500 e 5.500 chilometri. Questo non solo ha ridotto drasticamente la capacità offensiva reciproca ma ha anche segnato un cambio significativo nel modo in cui gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica vedevano le proprie relazioni.
Le conseguenze immediate
Sebbene ci siano voluti quasi tre anni affinché tutti i dettagli tecnici dell'accordo fossero finalizzati - con misure verificabili riguardanti la distruzione dei missili - i risultati furono immediatamente visibili nella diminuzione delle tensioni globali. Entro 1991, gli Stati Uniti avevano eliminato oltre 2.600 missile nucleari
Nell'estate del 1988, una persona presente ai negoziati raccontava come si sentisse "un clima di ottimismo palpabile" nei corridoi della Casa Bianca; vi era speranza non solo per una distensione militare ma anche per un'apertura diplomatica senza precedenti.
L'impatto sulle persone comuni
Mentre i leader mondiali discutevano negli uffici eleganti delle capitali europee e americane, ci furono effetti tangibili sui cittadini comuni. In molte città europee organizzarono manifestazioni pacifiste chiedendo la fine degli armamenti nucleari; secondo registri ufficiali oltre 250 mila persone sorvegliarono pacificamente i confini tra est ed ovest durante questi periodi cruciali.
Anche se non vi era accesso istantaneo alle informazioni come oggi tramite social media o piattaforme digitali, molti si organizzavano attraverso catene telefoniche o annunci radiofonici locali per esprimere solidarietà ai movimenti pacifisti crescenti in tutto il continente europeo.
I legami personali contano davvero?
C'è una testimonianza che emerge particolarmente significativa; Maria Ivanovna racconta ancora oggi come suo padre fosse un soldato durante quel periodo convulso:
"Ricordo quando tornò da uno dei suoi tanti turni al confine con l’Occidente... C'erano notizie ogni giorno sugli sviluppi politici. Un giorno disse: 'Speriamo che questi colloqui possano riportarci indietro a vivere normalmente'. Non potevo comprendere appieno cosa intendesse allora... ora capisco."